Diritti gay. Perché è una battaglia che riguarda tutti

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Da Daria Bignardi che espone le sue tesi su Vanity Fair, ad un interessante articolo apparso sul numero di questa settimana di Internazionale, passando per il sindaco di Roma che, in dissidenza dalla Circolare emessa dal Ministro Alfano, trascrive i matrimoni contratti all’estero, è palese che il dibattito sul riconoscimento di quei diritti, che in Europa sono una realtà già da tempo, sia più vivo che mai. E questo è già di per se un grandissimo passo avanti, soprattutto per un paese come il nostro, ed è bruttissimo dirlo: socialmente ed economicamente arretrato.

Anche a voi sarà capitato di leggere, soprattutto su Facebook, sulla pagina di questo o quel giornale, i soliti commenti stampino come: “chi se ne frega”, “non ce l’ho con i gay, ma..”, la variante “ho tanti amici gay, ma..” , “con tutti i problemi che ha l’Italia”, l’evergreen “pensiamo a salvare i Marò” e il sempre presente “ci sono cose più importanti a cui pensare”. È chiarissimo che la condizione economica del nostro paese è disastrosa. Abbiamo una disoccupazione giovanile al 40%, una classe politica incapace di far fronte a questa situazione e il vice presidente del Senato (una delle più alte cariche dello Stato) che passa le sue giornate a fare il cyberbullo su Twitter (il classicissimo forte con i debole e debole con i forti). In compenso, sono tanti i politici, distribuiti tra centrodestra e centrosinistra, le cui sfumature sembrano amalgamarsi perfettamente quando si tratta di far fronte comune contro i diritti di una parte della popolazione a cui richiedono solo doveri, sforzi e sacrifici, senza riconoscere nulla.

Il “progresso” di un paese, però, non è solo legato a quello economico. Una nazione ha bisogno di rendere “tutti i cittadini uguali di fronte alla legge”. Ci sono famiglie che oltre ad essere affossate dalla mancanza di lavoro o vivere di precariato, sono anche “invisibili”.

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Fonte | lezpop.it