Italia, la mappa dell’intolleranza. Tweet misogini, omofobi, razzisti

Quante Italie si sfiorano, senza ascoltarsi. C’è l’Italia del convegno sponsorizzato dalla Regione (con logo dell’Expo universale) in cui a un ragazzo viene urlato da un politico presente “culattone”, e quella del comune di Roma che vota a favore del registro per le unioni civili. C’è l’Italia del presidente della Figc Carlo Tavecchio che definì gli stranieri “mangiabanane” e quella in cui quei “mangiabanane” producono 123 miliardi di euro di Pil. E poi c’è l’Italia fotografata da Vox , l’osservatorio italiano sui diritti, in collaborazione con le università di Roma, Bari e Milano. Analizzando oltre due milioni di messaggi pubblicati su Twitter da gennaio ad agosto di quest’anno, la squadra di Vox ha seguito per mesi l’onda violenta dell’intolleranza. Restituendo un rapporto sull’aggressività di chi usa senza troppo pensarci parole come  “froci”, “ebrei di merda”, “troie” e “zingari”.

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Dei due milioni di tweet scandagliati, 43mila sono stati riportati alla loro geografia, alla città da cui erano partiti. E da lì colorati a seconda della percentuale di violenza verbale espressa contro donne, omosessuali, ebrei e stranieri: più “rossa” dove risulta più alta che nella media nazionale. Così sono state costruite cinque “mappe dell’odio”, che mostrano ad esempio come l’omofobia sia più forte in Lombardia che altrove;

 

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che raccontano quanto l’antisemitismo cavalchi pericolosamente le colline di Pescara, Chieti, l’Aquila e Teramo; che evidenziano come le offese contro le donne, quelle “baldracche”, siano più forti nella padania lombarda e in Campania, oltre che in Puglia e Friuli Venezia Giulia. Fra le offese registrate ci sono anche quelle contro i diversamente abili. E infine le espressioni di radicato razzismo, che – tra l’altro – aumentano significativamente durante le partite di calcio.

La scoperta non è solo nei “dove”, ma anche nei “come” questo muro di offese ed insulti si esprime nella Rete. Perché per arrivare alle mappe, i docenti hanno studiato la ricorrenza di frasi negative e commenti intolleranti, mostrando ad esempio come sia ancora facile in Lombardia puntare il dito non solo contro i “negri” ma anche contro quei “terroni di merda” che dovrebbero essere ormai “immigrazione” più che accettata, essendo secolare. Oppure si scopre che in Centro Italia s’ingigantiscono i pregiudizi contro i “musi gialli” e gli “zingari”.

Ugualmente, per le tante sfumature morbose in cui si avvera l’omofobia, le parole più utilizzate raggiungono toni odiosi: “pompinari”, “bocchinari”, “pervertiti”, “culattoni”, passano a migliaia fra i bit, rafforzando l’humus culturale dell’omofobia.

 

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Fonte | espresso.repubblica.it

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