«Io, ex trans discriminata sul lavoro, chiedo una legge per difendermi»

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«Avevo diritto all’assunzione. Avevo superato le selezioni e completato il tirocinio. Ci avevano assicurato che il contratto sarebbe arrivato al termine del percorso di formazione. Ma la coordinatrice non mi tollerava, per via della mia storia, e ha fatto in modo che non venissi assunta».

Monica Marchi, siciliana, ex transessuale, un diploma di tecnico di laboratorio, oggi è una donna a tutti gli effetti, realizzata, con un posto di lavoro a tempo indeterminato, come impiegata amministrativa, all’ospedale Molinette di Torino, la città dove vive. Ma ha alle spalle un passato doloroso, che ha deciso di raccontare dopo avere sentito, in televisione, dell’ennesima storia di abusi ai danni di un ragazzo gay, Stefano di Torino.

«Ci sono persone che continuano a venire discriminate – dice – proprio come lo ero stata io. Io non avevo potuto difendermi perché non c’è una legge specifica a cui avrei potuto appellarmi. Adesso ho deciso di lottare perché venga istituita».

Quando è cominciata la sua storia?

«Nel 2009 avevo ricevuto una chiamata dal centro per l’impiego: c’era un bando per trovare due centraliniste per l’ospedale Maria Vittoria. In due, fra tanti candidati, abbiamo superato la selezione e cominciato la formazione e il tirocinio, che durava tre mesi e prevedeva, al termine, l’assunzione “in automatico”».

Come si era trovata durante il tirocinio?

«Bene: ero diventata presto autonoma e i colleghi mi facevano i complimenti. Ma la coordinatrice non mi poteva soffrire, nonostante io mi fossi sempre comportata con educazione e rispetto nei suoi confronti. Ricordo che mi stava spuntando il dente del giudizio, mi faceva malissimo e avevo chiesto un permesso per l’estrazione. Lei si era arrabbiata molto, dicendomi che l’avrei pagata cara. Allora sono stata via solo per il tempo dell’intervento, poi sono tornata in ufficio a lavorare».

La sua collega è stata assunta?

«Sì, anche se lei aveva qualche difficoltà in più, è stata confermata. C’era molta tolleranza nei suoi confronti».

Come fa a sapere che si trattasse proprio di discriminazione dovuta alla sua storia, e non di una banale antipatia?

«Perché lavoravo bene e i superiori si complimentavano con me. Invece la coordinatrice, fin dall’inizio, mi trattava con sufficienza, enfatizzava ogni mio piccolo errore, non mi accettava come persona. Chi ha avuto una storia come la mia capisce bene quando viene discriminata perché transessuale. Ed è una sensazione molto dolorosa».

Ha provato a difendersi in tribunale?

«Sì, il mio avvocato ha fatto un tentativo di conciliazione, chiedendo il mio reintegro e i danni. Ma non c’era una legge che mi tutelasse e non avevo strumenti per dimostrare di avere subito la discriminazione. Mi sono rivolta anche alla consigliera alle Pari Opportunità, e lei mi ha chiesto di fornirle una dichiarazione, da parte di due colleghe, che spiegassero che lavoravo bene. Ho provato a chiederla, ma le colleghe, comprensibilmente, mi hanno risposto che così le avrei “messe nei casini”».

Quindi ci ha rinunciato?

«Sì, due mesi dopo ho ricominciato un altro tirocinio, all’ospedale Molinette, e dopo due anni sono stata assunta. Svolgo una mansione complessa: io avevo le competenze che servivano e mi impegnavo, e il mio impiego attuale lo dimostra».

Adesso, però, la sua battaglia è ricominciata.

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Fonte | vanityfair.it

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