Gender e chiese: dove sta l’ideologia?

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Partiamo da una premessa chiara: non esiste una «ideologia del gender» né un attacco concertato sul piano scolastico per introdurre una nuova idea di identità sessuale. Invece fa parte dello sviluppo della comprensione umana e della consapevolezza di sé, una comprensione più sfumata e articolata dell’esistenza, che parte anche dall’esperienza sofferta di persone che patiscono un corpo in contrasto con sé. Grandi dichiarazioni epocali da parte della Chiesa cattolica e addirittura di papa Francesco danno a questa discussione sull’identità un tono di pericolo, denunciando la perdita del riferimento alla differenza tra uomo e donna e di conseguenza il disordine sessuale in agguato, pronto a scompigliare tutto il mondo creato da Dio. Non si mette in discussione una comprensione classica della creazione alla base della differenza uomodonna.

Non si vuol vedere nei racconti della Genesi una scoperta della pluralità dell’essere umano, creato in relazione fin dal principio. Ci si attesta invece su una antropologia che fissa dei paletti, per paura di veder crollare il proprio mondo religioso.
Come protestanti, peraltro, non possiamo non vedere nella riflessione sulla costruzione sociale dell’identità sessuale un ulteriore sviluppo del pensiero storico critico, che ci ha insegnato a riconoscere i segni che lasciano i contesti culturali e storici sulle esistenze umane. In passato la costruzione culturale del diverso, dell’altro, dell’eretico, si è affermata come estremo meccanismo negativo che ha visto tante persone soccombere al sospetto e ai roghi, oppure alla schiavizzazione in quanto esseri subumani. Nel presente spesso le identità sono costruite attraverso i meccanismi ora meglio conosciuti delle immagini mediatiche e della pubblicità. La riflessione sulla distanza tra corpo biologico, identità sessuale, orientamento sessuale, ha semmai il vantaggio di non essere una costruzione culturale ma di voler scavare fino alla radice della «distonia di genere», di quella sofferenza di sé che è molto concreta e porta a rifiutare il proprio corpo fino all’estremo del suicidio.

In una società così poco tollerante delle differenze come quella italiana, introdurre una riflessione su quanto le persone posso essere diverse da ciò che appaiono è solo un arricchimento, non un pericolo.
Tradizionalmente, certo, la differenza fra uomo e donna fondata sui racconti della creazione è servita a dare un ordine alla società, creando, il più delle volte, una verticalità di dominio. Oggi lo stesso ordine ci viene proposto come relazione di reciprocità e complementarietà.

Ma non dobbiamo fare ingenuamente a meno dei «maestri del sospetto» che nel ‘900 hanno dato una svolta al pensiero umano, mostrando come ogni proposta culturale nasconda questioni di potere (in questo caso il mantenimento della posizione predominante maschile, in particolare nella Chiesa) e soprattutto mostrando come ogni persona abbia in sé elementi di femminile e di maschile, combinati in modi diversi.
Ogni tentativo di misurare e di organizzare il maschile e il femminile nelle esistenze umane crea barriere che opprimono e schiacciano coloro che non si possono riconoscere, in una fase della loro vita, nelle misure proposte. Così per esempio viene definita l’identità «queer» che cerca di uscire da definizioni sessuali troppo rigide e ingabbianti: «Chi è queer non è eterosessuale, non è gay, non è lesbica, non è bisessuale, non è transessuale o transgender, non accetta cioè che la propria identità sia compresa, parzialmente o interamente, dentro uno di questi termini, ma intende segnalare la propria fluidità in termini di genere e di scelte sessuali. Il termine queer viene scelto per significare in maniera radicale la singolarità del proprio desiderio» (G. Gugliermetto in Protestantesimo 68:3- 4, 2013, p. 261-272).
Fluidità dell’identità sessuale e del desiderio è la prima questione con cui ci troviamo a
confrontarci, anche se la teologia fa fatica ad accettare che il desiderio umano abbia statuto di valore positivo. Un secondo termine con cui dobbiamo confrontarci è quello dell’identità in transito: un transito, per esempio, da un’identificazione di sé come maschio a una come femmina (o viceversa), che non va necessariamente a toccare però anche la sfera dell’orientamento sessuale.
Insomma la Chiesa e la teologia sembrano porsi oggi come i difensori di un ordine creazionale che si sta intanto sbriciolando e che per esempio, visto con occhi post-coloniali da studiosi/e e testimoni di un mondo altro (asiatico, amerindio, africano) appare come un ordine che è stato imposto come violenza coloniale e come portato occidentale su realtà preesistenti molto variegate e meno fissate sul dare un nome a ogni esperienza del desiderio umano.
Un tale sguardo post-coloniale ci mostra ancora una volta quanto le definizioni di uomo e donna, di maschile e femminile, siano legate alla costruzione di sé del mondo europeo bianco e occidentale. A tal punto che per definire l’inferiorità di culture altre si è proceduto alla «femminilizzazione» degli individui – uomini e donne – di quella cultura.
È poi da notare che anche nel corso della vita di ognuna e di ognuno esiste una fluidità del desiderio che ancora una volta sbriciola con la sua potenza limiti posti da una ideologia dell’eterosessualità obbligatoria. Definizioni classiche come amicizia, filìa, eros, agape, ci appaiono oggi come tentativi di dare un nome alla capacità umana di entrare in relazioni significative e impegnative.
Oggi come sempre le Chiese sono poste di fronte a questa sfida: accettare la vita reale delle persone. Quelle persone che cercano anche di fronte a Dio di riconoscere lo statuto della propria identità. L’altra opzione che è possibile per le Chiese è quella di cercare di imporre ancora una volta l’ideologia coloniale dell’eterosessualità obbligatoria.

Ma la vita delle persone prevale e chiede di essere riconosciuta nella sua fluidità.
Non è un caso che quest’anno il versetto biblico scelto per le veglie di preghiera contro l’omofobia sia tratto dal Salmo 139, 14

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Fonte |gionata.org