Coming Out Day – “Se non credi in te stesso, chi ci crederà?” (Kobe Bryant)

 

Quando si parla di coming out, la metafora più ricorrente è quella di uscire da un armadio di oscurità e paura, e ciò, è in parte vero perchè: quant* gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, nel proprio percorso di consapevolezza, non hanno provato, paura ed ansia al solo pensiero di rivelarsi al mondo, famiglia, scuola, lavoro, amici e vicini della porta accanto?
A tal proposito, il primo ricordo che mi balena, pensando al momento in cui mi sono “rivelato”, squarciando la coltre di bugie che usavo per negare a me stesso ed agli altri della mia omosessualità, è legato ad un profondo senso di solitudine, alla solitudine di chi si sente unico e diverso in un mondo di persone tutte uguali.

Noi gay, lesbiche, bisex e trans, nel percorso verso la  consapevolezza, siamo come esseri che stanno cercando la propria forma e la propria dimensione, coperti come dei pulcini all’interno di un calcareo guscio di uovo: più perdura la gestazione, più si inspessisce la corazza che, come nell’uovo stesso, protegge l’embrione che cresce.
Personalmente, la mia “gestazione” è perdurata fino alla “tenera” età di 33 anni.

Ci ho pensato tanto, vero?

Un processo, prima, di assoluta negazione, poi, di conflitti interiori terribili, il tutto sfociato nel vomitare senza argini la MIA verità.
Tanti i conflitti con la mia famiglia, che come un fulmine a ciel sereno, ha visto piombargli addosso una situazione che non sapeva come gestire. Troppi strati si sono sovrapposti nella mia storia di rivelazione, oltre il conflitto tra la voglia ribelle di luce e verità, coperta da una coltre di paura in solitudine.

Tanti strati son serviti anche a proteggermi da un mondo che credevo ostile, dipinto in solitudine da me stesso nei tanti momenti in cui progetti di felicità venivano inghiottiti da mostri di ansie e paure.
La corazza è funzionale, è sicura, ma, come nel caso dell’uovo, ogni processo di consapevolezza ha i suoi tempi di gestazione, maturazione e compimento.

Io ho “concepito” me stesso nel momento in cui ho finalmente deposto le armi ed ho smesso di lottare con una verità che sordamente avevo negato per molto tempo, lasciando che un piccolo embrione di luce prendesse vita nel guscio del mio io più recondito e nascosto.
Come nelle migliori “gravidanze”che si rispettino, questo estraneo me stesso, ha innescato, nevrosi, ansie, paure, nausee, ahimè, non solo mattutine….

Ho lasciato crescere questo feto, senza che me ne prendessi cura, senza fare nessun controllo sul suo stato di salute, alimentandolo di paure e ansie, anzichè informarmi su cosa avrei potuto fare per farlo crescere in salute e benessere, ed infine, l’errore più grande: credere di poterlo tenere dentro un guscio, dentro quell’eterna incubatrice, capace di custodire il “me” non nato e la scomoda verità.

Ma, si sa, niente riesce a fermare la verità e la vita! Nonostante lo spessore del guscio e la volontà di rimanere nell’ombra di una coltre pesante, ci ha pensato l’aria a farmi partorire me stesso. Quando ho sentito l’ambiente asfittico e che profumava di morte, in una maniera o nell’altra ho dovuto e voluto romperlo questo guscio!
Nascere è sempre un’esperienza intensa e a volte sofferta, ma se aspiriamo a vivere dobbiamo esser disposti ad aprire delle crepe, che nel bene e nel male, ci espongono alla vita. Già, la vita! Quella vita che non possiamo conoscere e sperimentare se non siamo disposti a concepire, crescere e dare alla luce noi stessi, con le nostre, peculiarità, diversità e differenze che sono ricchezza per ognuno di noi, a partire da noi stessi.

Buon Coming Out Day!

 

Alessandro Bottaro

Presidente STONEWALL Siracusa