LGBT E DSM, STORIA DI UN ANTICO CONFLITTO

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Nel 1972 alcuni psichiatri che avevano dimostrato l’inconsistenza di molti studi e ricerche, richiesero la depatologizzazione dal DSM (Manuale Diagnostico delle Malattie Mentali, uno dei libri più autorevoli in materia) dell’omosessualità come disturbo sessuale, proposta che venne accettata ed eseguita durante la settima ristampa della seconda edizione (DSM-II) nel 1973 e confermata con la terza edizione del 1980 (DSM-III). Uno dei maggiori promotori di questa svolta fu Judd Marmor etero e sostenitore dei diritti dei gay.

Inizialmente, nel DSM-I (1952), l’omosessualità era stata considerata come un disturbo sociopatico della personalità mentre nella seconda edizione (1968) era stata classificata come deviazione sessuale, alla pari con la pedofilia e la necrofilia e tutte le forme di feticismo (più correttamente definite parafilie).

Una precisazione va fatta: ad essere eliminata dal DSM era l’omosessualità ego-sintonica ( sono gay, mi accetto e vivo sereno) e non ego-distonica (sono gay, non mi accetto e vivo male) a cui potevano ancora essere offerte terapie di ri-orientamento sessuale; era stato un compromesso di comodo dell’APA ( America Psychiaticr Association, che edita il DSM) per non inimicarsi ne l’una ne l’altra fazione. Inutile dire che tutte le parti in causa non la presero bene.

L’omosessualità ego-distonica rimase nel DSM fino a una riedizione revisionata del 1987 (DSM-III-R), nel 1990 venne approvata la sua completa eliminazione che entrò in vigore con il DSM-IV nel 1994. Nello stesso anno, il 17 Maggio, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) depennò anch’essa l’omosessualità dalle malattie mentali.

Gli avversi alla depatologizzazione spesso insistevano sulla possibilità di “guarire” i gay, tuttavia nessuna delle ricerche e degli esperimenti da loro portati a sostegno di questa tesi ottene alcun riconoscimento di veridicità scientifica: essa prevede l’uso di gruppi di controllo, un campione ampio, la completa trasparenza sui processi statistici utilizzati e la possibilità di replicare i dati ottenuti da altri scienziati . Nessuno di questi criteri venne mai soddisfatto, dimostrando così che non c’era alcun supporto scientifico alla possibilità di “guarire” i gay, ma solo studi condizionati e irripetibili.

La loro difesa venne respinta quindi non su base politica e/o ideologica (o per la pressione delle fantomatiche e mai tramontate lobby gay) ma per motivi strettamente metodologici e scientifici. Ancora adesso, coloro che si vantano di poter ri-educare i gay ( con pratiche che vanno dall’indottrinamento a forme più estreme come l’elettroshock) non sono in grado di portare alla comunità scientifiche prove della reale efficacia soprattutto a causa della completa mancanza di controllo follow-up, ovvero studio degli effetti sul lungo termine ( 5, 10,15 anni) della terapia.

Nel DSM-III (1980) il transessualismo fece la comparsa come sottoclasse tra le malattie psicosessuali ma già dal DSM-IV (1994) il Disturbo dell’Identità di Genere divenne una categoria a sé nella sezione “disturbi sessuali e dell’identità di genere”, non era quindi più un sintomo di una sindrome “altra”.

Nel DSM-V la cui uscita è avvenuta a maggio di quest’anno (in Italia sarà disponibile la versione tradotta solo nel 2014) è stato modificato il nome del disturbo dell’identità di genere in disforia di genere. Il dibattito, avvenuto su un apposito sito online, è stato complesso e ha dovuto tenere conto di molte, moltissime variabili. Prima di tutto la nuova definizione aiuta a stigmatizzare la reazione comune dell’uomo davanti al termine disturbo. Accertato infatti che il transessualismo non è più una disfunzione, permane il concetto di malattia. Il dato è diversamente interpretabile ma secondo molti esperti, è l’unico modo per garantire che i transessuali vengano curati, ovvero che possano accedere ai trattamenti chirurgici e ormonali previsti per la riassegnazione sessuale e che il costo sia a carico del SSN (Sistema Sanitario Nazionale) e delle assicurazioni.
La terapia quindi prevista per i transessuali non è più un trattamento psichiatrico che imponga l’immobilità ma la possibilità del paziente di avere l’unica cura possibile: il cambio di sesso.

È stata una scelta etica, quindi, quella di mantenere la disforia di genere o che dir si voglia tra le malattie? Possibile. Per ora, aspettiamo e guardiamo.

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Fonte | Lezpop.it