Parole in libertà o libertà di parola?

Queste ultime settimane non ci hanno di certo fatto annoiare, tra la pipì di Giovanardi, le prese di posizione di Annunziata e le dichiarazioni di Ciarrapico. Contesti, tutti e tre, abbastanza diversi e singolari tra loro. Perché è vero che le parole dell’ex presidente della RAI non hanno lo stesso tenore degli insulti dei due senatori del PdL. Eppure c’è un elemento comune in tutte quelle dichiarazioni – al di là dell’avere la gay community quale obbiettivo privilegiato, s’intende – che trascende il senso civico, il pudore, il concetto stesso di civiltà.

Tralasciamo l’accostamento, anzi, la confusione tra urina e amore, testimonianza che chi li ha prodotti o non ha mai provato dei sentimenti o li riduce a meri bisogni fisiologici. Semmai è preoccupante che chi decide per i destini di milioni di italiani non sia in grado di capire la complessità delle relazioni umane. In merito a questo possiamo solo augurarci che le urne, in futuro, non siano lievi a certi lugubri personaggi, frutto della becera moda berlusconiana.

Più preoccupanti le parole di Lucia Annunziata. Sia ben chiaro: nessuno pensa che la giornalista auspichi il ritorno dei gay nei campi di sterminio. Però le sue dichiarazioni sono comunque inaccettabili per almeno due ragioni.

La prima: i gay nei lager ci sono andati. Basta andare a vedere cosa significava il triangolo rosa nella simbologia nazista. L’accostamento, perciò, è infelice e manca di delicatezza umana e memoria storica. Se il paragone fosse stato fatto con gli ebrei forse avrebbe dovuto rassegnare le dimissioni. E a ragione, aggiungo.

La seconda: Annunziata confonde il diritto di parola con la facoltà di aprire bocca. E di dire boiate. Ovvero: tra intelligenza e logorrea.

 

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Fonte | mariomieli.net.