Qualche giorno fa è stata pubblicata una app per Android e iPhone dal nome inequivocabile: Setting Captives Free, liberare i prigionieri (il termine si riferisce al latino captivus diabli, prigioniero del diavolo, dal quale viene il termine italiano cattivo). In 60 giorni la applicazione ti promette che sarai libero dalla schiavitù dell’omosessualità, “attraverso il potere di Gesù Cristo e della Croce!”, perché “non si dispone di un “gene gay”, né sei nato in questo modo senza alcuna speranza di libertà”.
Dopo la pubblicazione è subito partita una petizione per chiederne il ritiro. Alla petizione ha aderito solo iTunes Store, mentre la applicazione è ancora disponibile su Google Play.
L’ordine degli psicologi in America, come in Italia, considera le varie terapie per la cura dell’omosessualità non solo discriminatorie, ma anche pericolose. Gli effetti non sono mai stati provati scientificamente. Soprattutto, se l’omosessualità è stata eliminata dall’elenco delle malattie mentali da più di 20 anni, allora perché curarla? Questi dovrebbero essere dei motivi più che sufficienti per rigettare una app come Setting Captives Free. E allora viene da chiedersi: Google che problema ha con l’omosessualità? Perché non elimina questa applicazione, così come ha fatto Apple?
È vero, i due colossi informatici hanno delle policy distinte per la pubblicazione di applicazioni. Mentre su Apple Store c’è bisogno di un periodo di quarantena (in cui vengono testate le funzionalità della app, nonché i contenuti), su Google Play la pubblicazione è immediata. Ma la libertà che Google garantisce agli sviluppatori non può coincidere con la mancanza di rispetto, in questo caso delle persone omosessuali. Anche perché, su altri fronti, Google applica delle policy molto più restrittive, come nel caso di Adsense: i banner pubblicitari vengono rimossi se il sito che li utilizza viene considerato “porno” (sappiate che in passato Lezpop è stato considerato un sito porno).
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Fonte | lezpop.it
