UNA CHIACCHIERATA “SUI GENERI” CON DELIA VACCARELLO

20101021-Delia Vaccarello

In Italia non si parla mai abbastanza di transessualità, anzi non se ne parla proprio. GAY.tv ha deciso di farlo con una delle autrici più autorevoli in materia. Una donna, una giornalista, Delia Vaccarello. Con il suo “Evviva la neve” (QUI il blog) edito da Mondadori nel 2010 nella collana “Strade Blu” (la stessa che ha pubblicato Saviano per intenderci), ha segnato un punto di non ritorno. Un’inchiesta tra il giornalistico e il narrativo, un libro che si addentra nelle questioni più spinose in materia di identità di genere. Non si può più dire “non conosco la questione”, grazie ad autori come lei, l’unica vera risposta è: “non voglio sapere”.

Come è nata l’idea del libro?

“Dopo anni di impegno sul campo attraverso la mia rubrica “Liberi Tutti” sull’Unità, mi sono resa conto che c’era bisogno di andare più a fondo. Soprattutto dopo il caso Marrazzo mi sono accorta che l’immaginario diffuso attraverso i media era falsato. Le persone transessuali erano solo prostitute, mentre io nei miei dieci anni di lavoro avevo incontrato le persone trans della porta accanto e volevo raccontarle. Il libro nasce dunque da un’indignazione, dalla necessità di fare informazione in maniera corretta e completa.”

A che punto siamo in Italia sul tema transessualità e integrazione?

“A livello di immagine ed immaginario siamo molto in basso e lo stesso vale in ambito lavorativo. Certo poi ci sono le eccezioni, alcune sono raccontate nel libro. Per cui abbiamo persone transessuali che sono diventate medici, professionisti apprezzati e attenti che fanno bene il loro lavoro e questo viene loro riconosciuto. Ma sono solo casi, perché ancora oggiquando una persona transgender inizia la transizione poi viene licenziata. Io stessa ho incontrato persone transessuali FtM che si sono licenziate ancor prima di iniziare la transizione per evitare la vergogna del licenziamento, per evitare di essere discriminati. Poi una volta completato il loro percorso tornano come uomini e ricominciano la loro vita da capo.”

Quindi negano la loro storia di donne e uomini transessuali?

“Sì, e questo non aiuta nessuno. Loro in primis e la società poi. Se si nega il proprio percorso di transizione non si inaugurano le pratiche sociali e culturali giuste per poter accogliere e tutelare le prossime generazioni di transgender. Parlando con Salvatore Marra ad esempio ho scoperto che molte persone transessuali sul luogo di lavoro iniziano a raccontare la loro situazione ai colleghi, rischiando così di essere vittime indifese di transfobia. Mentre il modo “giusto” di affrontare la situazione dovrebbe portare la persona in transizione a rivelare tutto al capo del personale, concordando con lui assenze, permessi ecc… In questo modo poi i colleghi apprenderanno la situazione dall’alto e non potranno apporfittarsene. Ci sono forme di micro discriminazione quotidiana a cui molte persone non pensano e che da soli le persone trans non possono fronteggiare. Per esempio il nome sul cartellino, o il nome sulla mail, sono tutti accorgimenti che possono essere cambiati solo se i capi sono al corrente e accoglienti. Bisogna gestire la transizione per creare integrazione.”

A tal proposito, quanto incide la legge attuale sui percorsi di transizione? Quanto condizione l’obbiligo dell’operazione per il cambio di nome sulle scelte delle persone?


“E’ certamente condizionante, a differenza di altri Paesi in Italia il cambio dei documenti all’anagrafe si può attuare solo dopo l’operazione ai genitali…”

… Ma in particolar modo per i trans FtM, le cui tecniche chirurgiche ancora non sono efficaci al 100%, non è troppo vincolante?

“… No, infatti, le leggi si stanno adeguando alle reali necessita delle persone transessuali. In particolar modo infatti per gli FtM ora il cambio di nome si può attuare dopo la mastoplastica e la rimozione dell’utero, senza l’obbligo della falloplastica. Mentre per le trans MtF, resta obbligatoria la vaginoplastica. Le associazioni stanno lavorando per ottenere una legge che non obblighi le persone ad operarsi per essere se stessi, anche perché alcune persone transessuali temono l’operazione, altre hanno bisogno di matuare la decisione, altre vivono bene tra i generi. Ma insomma, le persone transessuali sono tali con o senza operazione, non cambiano idea da un giorno all’altro, per cui potrebbero esser liberi di essere se stessi almeno sui documenti, prima di esserlo fisicamente.”

Ma per la sua esperienza, quanto stanno facendo davvero le associazioni lgbt per quella “T” della sigla?

A mio avviso potrebbero fare di più. Le faccio un esempio banale, ma emblematico. Mi è capitato di presentare il mio libro in associazioni trans* e tra il pubblico c’erano persone transgender e qualche omosessuale. Ma quando ho presentato il libro attraverso associazioni gay, anche in contesti come il Pride, non c’erano persone transgender. Tranne una volta che ce n’era una per puro caso: attendeva la riunione della sua associazione che si teneva dopo la mia presentazione. Credo ci sia un difetto di comunicazione, una barriera invisibile che non crea osmosi.”

Come se lo spiega?


“Ma in parte bisogna ricordarsi che la maggioranza delle persone transessuali è eterosessuale, quindi c’è un inevitabile diaframma…”

…Ma forse c’è anche un’ altra questione: quanto ne sanno, per lei, i gay di transgender?

“… Gli omosessuali ne sanno poco di transessuali. Me lo hanno confermato le lettere e le opinioni dei ragazzi che hanno letto il libro.”

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Fonte | gay.tv