Come scrisse Primo Levi ne I Sommersi e i Salvati: “È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”, e purtroppo sta già accadendo.
Quello che accadde nel ventennio precedente e durante la Seconda guerra mondiale in Europa è davvero “solo” storia passata? O è una lezione incompiuta, continuamente rimossa, semplificata, addomesticata?
Nei manuali scolastici spesso tutto viene ridotto a una narrazione semplificata: il popolo ebraico vittima di una follia, quella di un solo uomo, Hitler, e di un’ideologia aberrante. Punto. Ma la realtà è molto più complessa – e più scomoda.
L’ideologia nazista, nel nome della “purezza della razza”, produsse il più grande eccidio della storia moderna: l’#Olocausto, lo sterminio sistematico degli ebrei ed insieme a loro di Rom e Sinti, disabili, migranti, Testimoni di Geova, oppositori politici, prostitute e omosessuali.
Milioni di persone furono deportate, rinchiuse nei campi di concentramento e sterminio, disumanizzate, annientate, cancellate. Tutte accomunate da una colpa: essere considerate “inadatte alla vita”, “diverse”, una minaccia all’ordine mondiale e alla purezza della “razza ariana” e della società.
Eppure, una parte di questa storia è stata a lungo rimossa. È il caso di ciò che oggi chiamiamo Omocausto: la persecuzione e lo sterminio degli omosessuali, in particolare degli uomini, marchiati dal famigerato triangolo rosa.
Nella Germania di inizio Novecento, nonostante il Paragrafo 175 che criminalizzava i rapporti tra uomini, esisteva una vivace cultura omosessuale. A Berlino fiorivano locali, riviste, associazioni. Magnus Hirschfeld, medico e attivista, fondò già nel 1897 il Wissenschaftlich–humanitäres Komitee, che lottava per l’abolizione delle leggi discriminatorie e aprì il primo Istituto di Scienze Sessuali al mondo. Nel 1933 contava 48.000 iscritti.
Con l’ascesa di Hitler tutto questo venne spazzato via. Chiusura dei locali, censura, abolizione del segreto epistolare, persecuzioni sistematiche. Nel 1935 il #Paragrafo175 fu inasprito: qualunque gesto, fantasia o relazione tra uomini divenne reato. Migliaia di omosessuali furono arrestati, deportati, isolati persino dagli altri prigionieri.
Nei campi venivano destinati ai lavori più duri, sottoposti a esperimenti medici, castrazioni forzate, torture “rieducative”. Secondo le stime, il 60% non superava il primo anno di internamento. Medici delle SS, come Carl Vaernet, sperimentarono interventi pseudo-scientifici sulle eprsone omosessuali, che portarono alla morte di gran parte delle vittime. Dopo la guerra, nessun risarcimento. Nessun riconoscimento. Il Paragrafo 175 verrà definitivamente abolito solo nel 1994.
Ancora più silenziosa fu la sorte delle donne lesbiche, considerate irrilevanti perché ritenute “socialmente innocue”. Anche loro perseguitate, internate, cancellate dagli archivi. Invisibili allora, invisibili nella memoria.
In Italia, il fascismo scelse un’altra strada: negare l’esistenza stessa dell’omosessualità, considerata incompatibile con il mito della virilità. Confino, ammonizioni, violenze, licenziamenti, lavori forzati, manicomi. Dopo la guerra, nulla cambiò davvero. In tutta Europa e nel mondo, gli omosessuali continuarono a essere incarcerati, sottoposti a elettroshock, lobotomie, lavori forzati.
Ricordiamo infatti che solo nel 1990, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) rimosse definitivamente l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali, e nell’URSS, l’articolo 121 fu abolito solo nel 1993.
Gli omosessuali non ebbero – e spesso non hanno ancora – pieno riconoscimento come vittime della storia.
L’Omocausto non è nei libri di scuola, raramente nei discorsi ufficiali, spesso escluso perfino dalle associazioni di ex deportati. E così anche i superstiti hanno scelto il silenzio. Per vergogna. Per paura. Perché dimenticare è impossibile.
Per questo il 27 gennaio non può essere una data rituale, da celebrare distrattamente. È una ferita aperta nella coscienza dell’umanità. È il giorno in cui ricordiamo la disumanizzazione sistematica, l’annientamento, il silenzio complice di chi voltò lo sguardo altrove.
Ma ricordare non significa solo onorare il passato. Significa assumersi una #responsabilità nel presente.
Oggi più che mai, commemorare l’Olocausto è necessario perché un altro #genocidio è sotto i nostri occhi: quello del popolo palestinese. La distruzione sistematica di #Gaza, l’uccisione di civili, donne e bambini, la negazione di diritti fondamentali, la disumanizzazione di un intero popolo avvengono con il governo israeliano di Netanyahu, con la complicità attiva degli Stati Uniti e il silenzio o l’appoggio di molti altri Stati.
Perché una memoria che non si interroga e non riconosce l’ingiustizia attuale non è memoria: è ideologia.
Perché il “mai più” non può essere selettivo.
Non può valere solo per alcune vittime e non per altre.
Non può fermarsi quando il carnefice cambia nome, bandiera o alleanze.
La memoria, se non diventa coscienza critica, è solo una celebrazione vuota. Ricordare Olocausto e Omocausto significa imparare a riconoscere oggi i segnali della disumanizzazione, del razzismo, della violenza coloniale, dell’annientamento sistematico.
Se è successo, vuol dire che può succedere ancora.
E sta già succedendo.
STONEWALL GLBT+ SIRACUSA
27 Gennaio 2026



