I RAGAZZI HANNO BISOGNO DI NOI: INIZIAMO A COMBATTERE L’OMOFOBIA DALLE SCUOLE

le-cose-cambiano-465x500

Il biglietto lasciato da Simone, il ragazzo di 21 anni che sabato notte si è ucciso gettandosi da un palazzo di 11 piani, chiamava in causa un nemico molto astratto, l’«omofobia». È una parola che negli ultimi mesi è risuonata spessissimo nella risacca del dibatitto politico, ma che per molte persone rischia di sembrare vuota.

Esiste davvero un’emergenza? E qual è il modo migliore di affrontarla?

Ne abbiamo parlato con Vittorio Lingiardi, Professore ordinario di Psicologia dinamica alla Sapienza e consulente scientifico di Le cose cambiano. «Ci sono pregiudizi e atteggiamenti negativi diffusi nei confronti dell’omosessualità, che le persone gay, in particolare gli adolescenti, finiscono per interiorizzare – spiega -. Li traducono in paura: di essere sbagliati e di non essere amati per questo; di deludere i genitori, di non essere dei buoni cristiani e più in generale di essere condannati all’infelicità».

Questo può spingere alcune persone al suicidio?
«
Ne conseguono vissuti ansiosi, depressivi, di fallimento, vergogna e autodisprezzo, a cui le persone reagiscono in maniera diversa. Le ricerche dicono che gli adolescenti che si scoprono gay o lesbiche pensano al suicidio fino a tre volte di più dei coetanei eterosessuali. In buona parte questo dato scioccante è riconducibile al doloroso intreccio tra omofobia sociale, stigma percepito e omofobia interiorizzata. Quest’ultima può condizionare lo sviluppo psicologico e affettivo, la formazione della personalità, le future relazioni personali e di coppia, la capacità di sentirsi a proprio agio come gay o lesbica».

Esistono «antidoti»? Cosa si può fare per prevenire questo tipo di malessere?
«
Sono fondamentali la famiglia e la scuola. Se i ragazzi trovano sostegno per la costruzione delle loro identità in uno di questi due ambienti, o in entrambi, crescono più protetti e più sicuri. Può sembrare retorico, ma gli antidoti sono la conoscenza, l’amore e il rispetto per l’altro. Detto in altri termini, basta essere buoni genitori e buoni insegnanti, informati e senza pregiudizi».

Articolo completo | QUI
Fonte | corrieredellasera