I GIORNALISTI E IL RISPETTO DELLE PERSONE LGBT: ECCO A COSA SERVONO LE LINEE GUIDA

312314__color-rainbow-typewriter_p (1)

Pubblicato nei giorni scorsi dal Dipartimento per le Pari opportunità, il testo ha suscitato critiche dalla stampa cattolica. Un intervento e una risposta di Giorgia Serughetti, che lo ha curato per Redattore Sociale su incarico dell’Unar

18 dicembre 2013

Sono state pubblicate nei giorni scorsi sul sito del Dipartimento per le Pari opportunità le Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT. Il testo fa parte di un progetto intitolato “L’orgoglio e i pregiudizi”, realizzato da Redattore sociale su incarico dell’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni) tra ottobre e novembre 2013. Il progetto prevedeva quattro seminari per giornalisti, altri momenti di formazione in 9 scuole di giornalismo e appunto queste linee guida. La loro stesura è stata curata per Redattore sociale da Giorgia Serughetti, che ne parla in questo intervento rispondendo anche ad uno dei vari articoli che hanno accolto in questi giorni la pubblicazione.

Quando parliamo di persone gay, lesbiche, bisessuali, transessuali “non ci sono regole scritte come nel lessico italiano di base, ma ci sono le scelte delle persone”. La frase è dello scrittore Tommaso Giartosio, che ha partecipato a uno dei seminari “L’Orgoglio e i Pregiudizi”, e la prendo in prestito perché mi sembra un buon punto di partenza per spiegare il senso del percorso che ha portato alla redazione delle “Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT”.

Cosa significa che non ci sono regole ma persone? Che il linguaggio è uno strumento in evoluzione, così come i fenomeni sociali e la cultura: cambia per esempio insieme al discorso sui diritti, e in Italia il cammino verso il riconoscimento dei diritti delle persone LGBT è appena cominciato. Pensiamo alla sentenza della Corte Costituzionale (n. 138 del 2010) che ha stabilito il diritto delle coppie same-sex a un riconoscimento giuridico. Anche l’interpretazione del dettato costituzionale è soggetta a mutamenti. E la sensibilità verso il linguaggio si evolve in conseguenza di tutto questo.

La frase in apertura significa, poi, che sono pochi e semplici i criteri che si possono adottare per decidere come è raccomandabile parlare di temi e fatti che riguardano le minoranze LGBT: ascoltare l’opinione di chi le rappresenta nella società civile – associazioni, reti –, di chi ne conosce in profondità le caratteristiche e i problemi, ma anche di chi nel mondo del giornalismo e della comunicazione promuove modalità adeguate per trattare questi contenuti.

Sono le scelte che queste persone fanno giorno per giorno a comporre il quadro, per definizione in divenire, delle raccomandazioni contenute nelle linee guida. In cui si dice, per esempio, che “fare outing” (rivelare l’omosessualità di qualcuno) non è lo stesso che “fare coming out” (rivelare la propria omosessualità); che quando una persona transessuale transita verso l’identità femminile è giusto parlarne al femminile e non al maschile (es. non “il trans Brenda”); che transessualità non equivale a prostituzione; che le donne lesbiche sono spesso invisibili persino nei discorsi sull’omosessualità mentre andrebbero riconosciute nella loro identità autonoma; che quando parliamo di unioni, matrimoni, famiglie si fa spesso una grande confusione e questo non aiuta né a capire né a comunicare correttamente su questi temi. Si chiarisce, anche, cosa si intende per hate speech, discorso d’odio, e in che modo si può contrastare la sua propagazione, in conformità con le raccomandazioni del Consiglio d’Europa e dell’Agenzia Europea per i Diritti Fondamentali.

Articolo completo | QUI

Fonte | redattoresociale.it